giovedì 7 marzo 2019

"As Madalenas" in concerto a Firenze al Caffè del Verone: quando la musica è donna

Foto di Barbara Rigon
As Madalenas in concerto 
Venerdì 8 marzo 2019
Caffè del Verone
Museo degli Innocenti
Piazza della Santissima Annunziata n. 13 Firenze - Tel. 392/4982559 Email: caffedelverone@gmail.com
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Aperitivo ore 19.00, concerto ore 20.30 

Due voci e due chitarre femminili al Caffè del Verone, la terrazza panoramica dell'Ospedale degli Innocenti: è il duo italo-brasiliano "As Madalenas", che venerdì 8 marzo, per la Festa della Donna, proporrà le canzoni tratte dai due album "Madeleine" (2015) e "Vai Menina" (2018). Il loro disco d'esordio è stato definito “uno dei migliori dischi brasiliani dell’anno” da il Venerdì di Repubblica, ed è “armonia pura” per O Globo Brasil.




"As Madalenas" è la storia dell'amicizia e dell'incontro artistico tra due donne che cantano, suonano e compongono pezzi: due donne indipendenti che salgono sul palco e fanno quello che amano di più, ossia celebrare la musica popolare brasiliana.

Parliamo di Tatiana Valle, cantante, strumentista e cantautrice nata a Londrina, città dello stato brasiliano del Paranà e in Italia dal 2007 e di Cristina Renzetti, cantante e chitarrista nata a Terni da famiglia abruzzese, formatasi come artista a Rio de Janeiro negli anni 2000.
Entrambe sono attive sulla ricchissima scena musicale bolognese, che proprio negli ultimi anni sta dedicando molto spazio al jazz, al samba e allo choro.

Ho avuto il piacere di parlare con loro in occasione del concerto e propongo di seguito le nostre conversazioni

TATIANA
 
Il tuo percorso artistico si svolge a metà tra il Brasile e l'Italia. Come hai iniziato e come è avvenuto l'incontro con Cristina?

Ho iniziato a studiare la chitarra classica a nove anni, è stato il primo amore della mia vita. A forza di suonare, mi accompagnavo canticchiando. Così, l'interesse per il canto è venuto fuori quando ero già adolescente.  Capii che avevo voglia di conoscere meglio questo mondo e allora ho preso parte a lezioni e partecipato a festival e seminari. Da lì  è partita la passione per la musica brasiliana: abbiamo una cultura popolare molto bella, ricca e appassionante, che è inevitabile assorbire, perché gira proprio intorno a tutta la nostra vita.
A vent'anni ho mollato l’università, ho fatto una pausa di quasi un anno: ero in piena crisi, dopo il primo anno la voglia di suonare stava prendendo il sopravvento. Mi sono messa a studiare tanti strumenti, dall'organo al violencello. Ma erano la chitarra e il canto ciò che mi pulsava dentro sul serio.
Da lì è iniziata la mia gavetta, al contrario di ciò che succede in Italia, dove prima si fa formazione accademica e poi si fanno le serate nei locali. Ho suonato cinque anni in Brasile e altri cinque anni in Italia. Qui ho iniziato a collaborare con i primi musicisti della scena “Brasil jazz”, come Nicola di Camillo, Bruno Marcozzi, Angelo Trabucco, Eddy Palermo. Il mio linguaggio si è arricchito  di collaborazione in collaborazione. Nel 2013 ho preso i miei spazi, ho voluto fare la mia musica con il mio gruppo  e così è nato un quartetto, con cui suonavo i  miei pezzi.
Foto di Andrea Ammazzalorso
Con Cristina è nato tutto  da un incontro in spiaggia a Pescara: io, lei e le nostre chitarre. 
E' stato il periodo in cui ho iniziato a dare un focus ai miei progetti, un periodo che mi ha portato tanto bene, a livello artistico e anche umano perché con il progetto delle Madalenas è nata anche un’amicizia. Essere già al secondo album è una cosa che dà molta soddisfazione perché non sempre è facile arrivare a un secondo album, soprattutto per noi che siamo due donne, due soliste.


In entrambi  i vostri lavori c'è l'impronta di Gabriele Mirabassi, clarinettista di fama internazionale e grande amante della musica brasiliana
Gabriele Mirabassi è un'entità della musica, non solo in Italia ma anche in Sud America. C’è grande rispetto  e ammirazione e con lui condividiamo con lui l’amore per la mpb. Abbiamo avuto l’onore di averlo con noi nel primo disco, ma la cosa speciale è che per il secondo disco ha scritto la partitura per clarinetto, flauto e chitarra sette corde del brano Bicho de Sete Cabeças, in cui noi cantiano accompagnate dalla chitarra sette corde di Marco Ruviaro e dal flauto traverso di Barbara Piperno.

E con Guinga, grande compositore e chitarrista brasiliano, so che c'è un legame speciale...
E' un pò il nostro "padrino", si è preso cura di noi e ci ha seguite. Io l'ho conosciuto a un concerto a Roma, poi in un pezzo del nostro disco (che era la sua  Chá de panela ), gli abbiamo dedicato una 'embolada', una sorta di rap nordestino e lo abbiamo omaggiato come “nostro maestro”. Lui ci ha scritto, dicendosi entusiasta ed emozionato del disco e ci ha proposto di ascoltare il suo ultimo lavoro, un disco di inediti registrato in Germania e che non era ancora uscito.
Non solo, ci ha detto che potevamo prendere dal suo disco un brano per il nostro prossimo lavoro, di cui stavamo defindendo il repertorio.
Tramite un'amica che abbiamo in comune con Guinga, la pianista Stefania Tallini, lo abbiamo chiamato per sapere se era disponibile a registrare e lui, con grande generosità, ha accettato ed è andato in studio a Rio.
E così è nato Meu pai, un pezzo che Guinga ha scritto per suo padre e di cui ci siamo innamorate.
Tutto è accaduto in maniera naturale: è stato un regalo meraviglioso, ancora oggi non ci sembra vero che sia successo. Guinga è un artista meraviglioso, un compositore  importantissimo per la musica contemporanea. Ed è una persona generosa, che sa dare valore anche a persone come me e Cristina che siamo delle artiste indipendenti e che nel nostro piccolo cerchiamo di fare le cose con molta cura e rispetto della musica.
E poi abbiamo il nostro terzo "madaleno", che è Giancarlo Bianchetti: un chitarrista meraviglioso, che dà vita alla struttura dei nostri dischi. Difficile immaginare senza di lui sia il primo che il secondo disco.

La vostra musica è tutta un'ode alla donna. Quali messaggi lanciate nei vostri pezzi?
C'è un pezzo a cui teniamo particolarmente, che è Millacrimaadattato da noi a partire da un testo di Itamar Assumpçao: sprona ogni donna a voltare pagina, ad andare oltre, a rimettersi in gioco e a riprendere la vita in mano. Poi abbiamo inserito il bellissimo testo di Chico Buarque Sem fantasiache è un pezzo difficile, con due melodie complesse che poi messe insieme formano una tensione meravigliosa che ha a che fare con il testo, un dialogo tra uomo e donna molto forte.
Infine ci sono anche brani più leggeri come Papo de mulher, dove attraverso l'ironia si parla del perdono in amore.

In quanto musiciste donne, come vi rapportate all'ambiente musicale del jazz, che è dominato principalmente da musicisti ?
Per quanto riguarda il nostro progetto non abbiamo avuto momenti in cui ci sentivamo in difficoltà, né sottovalutate. I musicisti si sono innamorati del progetto, ad esempio Valentino Corvino che ha arrangiato O leaozinho. Tutti hanno sempre visto tanta forza e musicalità nel nostro duo. Avere un riconoscimento dall’ambiente musicale del jazz, che è fatto più da uomini, per noi è molto importante. Negli ultimi 20 anni sono emerse donne strumentiste bravissime, cosa che prima era  molto rara.
Noi saliamo sul palco e facciamo tutto, suoniamo e ci scambiamo più strumenti: questo aspetto, dal puntodi vista chi ci invitava, è sempre stato motivo di fascino, di indipendenza.
Infatti esiste il luogo comune che nella musica moderna la donna deve essere per forza una cantante, a differenza della musica classica, dove invece è più comune la donna strumentista.
Il nostro essere donne che suonano, che cantano e  che scrivono ha dato un'impronta speciale e ha creato un progetto maturo, con un messaggio e con una verità, che arriva alle persone.


 CRISTINA

Il Brasile fa parte della tua vita artistica ma anche del tuo vissuto personale. Come hai conosciuto la musica brasiliana?


Mi innamoro del Brasile negli anni '90: girando per il Buskers Festival di Ferrara ho ascoltato un gruppo di musicisti di strada che proponevano classici della bossa nova, rivisitandoli.
Comprai la cassetta e cominciai ad ascoltarla con molto interesse. Poi, a Parigi ho incontrato un ragazzo brasiliano e me ne sono innamorata: a 18 anni sono andata in Brasile a suonare nel mondo dell’indie rock. Dopo un mese di viaggio e una valigia pieni di cd, ho iniziato ad ascoltare musica brasiliana e a studiare il portoghese. Ho  fatto anche l’Erasmus in Portogallo.


Ho cominciato molto presto a stare sul palco: nell’ottima scena musicale a Bologna bolognese c’erano musicisti come Zé Eduardo Martins, Rogerio Tavares  e Nelson Machado, da cui ho imparato molto e direttamente.
Dopo la laurea sono andata a Rio per fare un tirocinio all’Istituto di Cultura e sono rimasta cinque anni, dal 2006 al 2011: ho avuto modo di vivere totalmente la scena carioca contemporanea, popolata dai più grandi musicisti che oggi di esibiscono sui palcoscenici di tutto il mondo. Uno tra tutti, il grande chitarrista Yamandù Costa.
Mi sono immersa nella Rio della Lapa, dei locali e della movida, anche se ancora era in fase nascente. C'era il Bar Semente, un luogo di ritrovo importantissimo e non si viveva quella dimensione 'carnevalesca' in cui la Lapa si è trasformata .
Nel 2011, tornata in Italia, ho cominciato a mettere a frutto tutto quello che avevo vissuto e ascoltato con due gruppi: quello con Tatiana, in cui ci divertiamo a rielaborare il repertorio di Mpb e poi con il Trio Correnteza, insieme a Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic.
Considero Gabriele il mio fratello maggiore in ambito musicale, è una figura che mi ha molto fatto crescere e che mi ha accolto nel suo mondo.
Sono due gruppi molto diversi tra loro, ma il fatto che entrambi siano al secondo disco è per me motivo di grande felicità.

Qual è la scelta alla base del nome del gruppo e cosa vi lega come amiche e musiciste?

In realtà non è stato troppo ragionato questo nome: dopo esserci conosciute a un matrimonio, ci siamo incontrate a Pescara per un caffè e e dal bar siamo scese in spiaggia a suonare con chitarra e pandeiro.
Siamo due cantanti ma ci sentiamo molto musiciste, siamo vissute con la chitarra entrambe. Potevamo divertire e ‘fazer um som’ con semplicità e pienezza. Quello stesso giorno abbiamo pensato di proporci come duo e abbiamo tirato fuori qualche nome femminile. Quando è venuto fuori As Madalenas ci siamo guardate e abbiamo capito che era il nome giusto.
Nella cultura popolare del samba ci sono molti riferimenti ai nomi femminili: mentre Amelia è la donna remissiva, che sopporta l’uomo che torna a casa tardi, Madalena è la donna indipendente, che va a sambare, che si trucca. Noi ci riconosciamo molto per questo lato  - non dico irriverente - ma un pò indipendente: alla fine siamo due donne che prendono i loro strumenti  e salgono sul palco anche esponendosi e facendo quello che amano più fare.
Noi, scherzando, diciamo che abbiamo lanciato la moda del duo al femminile, ultimamente in Italia ne sto vedendo parecchi. Mi piace lasciar chiaro che non c’è stata una volontà aprioristica di fare un gruppo di sole donne: è stato un desiderio spontaneo, però poi quando ti trovi lì c’è qualcosa di speciale, c’è un’energia femminile che è lì  e che è inutile negare che non sia così. Ed è importante valorizzarla.
Infine in ogni disco facciamo un pezzo dedicato a qualcosa di 'maddalenico': nel primo disco abbiamo fatto Madeleine, un pezzo di Paolo Conte, nel secondo invece Everything’s alright, che è un brano di Jesus Christ Superstar, cantato da Maria Maddalena.

Bologna sta diventanto un punto di riferimento nazionale per lo choro, anche grazie a due musicisti che suonano nel vostro disco, la flautista Barbara Piperno e il chitarrista Marco Ruviaro

Barbara e Marco sono due amici, oltre che colleghi. Da bolognese adottiva, credo che Bologna, musicalmente parlando, abbia guadagnato tantissimo con il loro arrivo in città.
Barbara la conosco da tanti anni, da prima che lei conoscesse Marco, quando lei suonava quasi solo musica classica e si era appena innamorata della musica brasiliana. In questi anni ha fatto una crescita stratosferica ed è diventata una musicista meravigliosa.
Marco è un pozzo di sapienza choristica. Insieme hanno questa grande capacità di convogliare persone e energie con queste rodas che sono iniziate con pochi adepti e ora stanno diventando molto frequentate e affollate.






lunedì 23 luglio 2018

Antica e amata Siena

Mi piace pensare che il tesoro di Siena non siano solo i suoi palazzi, così ben conservati e alteri, scrigno di altri tesori e di opere d'arte di inestimabile valore.
Preziosi perché fatti fin dal Medioevo con gli stessi ingredienti e le stesse spezie sono anche i suoi panforti: con la loro struttura ben solida e compatta ricordano i laterizi di cui sono fatti tutti quegli edifici - e sono la maggioranza - che sfuggirono alla moda fiorentina dell'intonaco.

Vedo in questi due prodotti della cultura materiale, palazzi e panforti, la stessa caparbia volontà di conservare la propria identità, lungo i secoli e aldilà delle mode, con una forza capace di resistere a dominazioni politiche e culturali. 

sabato 3 febbraio 2018

Sergio Endrigo e il mestiere di cantautore: il ricordo della figlia Claudia in un libro


Ci sono voci e ci sono canzoni che non hanno tempo e che attraversano le epoche: la voce di Sergio Endrigo è una di queste. Un cantautore straordinario, pieno di saudade e di amore per il Brasile, una persona che con quel paese ebbe un profondissimo legame e che quindi doveva trovare posto anche tra le pagine di questo mio blog.
Ho avuto il piacere e l'onore di parlare di Sergio Endrigo con la sua unica figlia, Claudia.
Il suo tributo d'amore al padre è il libro che ha scritto per Feltrinelli e che sta presentando in giro per l'Italia. Oltre a leggere l'intervista (e ad aprire i link segnalati in grassetto, che rimandano a youtube e ad esibizioni dal vivo di Endrigo) il mio invito è di consultare il ricchissimo sito web del grande compositore istriano sergioendrigo.com


Cara Claudia, cosa ti ha spinto a scrivere questo libro e perché hai scelto come sottotitolo “artista per caso”?
Ho pensato che siccome nessuno aveva mai scritto una biografia di mio padre potevo pensarci io, anche se non avevo mai scritto niente. Io sono una guerriera e ho pensato che ci dovevo provare.
Una sera ho avuto l’ispirazione e ho scritto il capitolo sul Brasile, che è venuto benissimo. Allora mi sono ‘gasata’ e ho organizzato il lavoro in maniera più seria, iniziando a fare delle ricerche e leggendo tutti gli articoli che ho, dal 1961 al 2005, l’anno in cui papà ci ha lasciato.
Ho contattato tutti gli amici di papà, i musicisti, gli arrangiatori, che mi hanno aiutato a ricostruire la sua vita, dalla nascita alla morte.
E’ venuto fuori questo lavoro, che è piaciuto tantissimo e che la Feltrinelli ha pubblicato. Io sono ancora incredula: se papà era un artista per caso, io a questo punto sono una scrittrice per caso!
Ho scelto questo sottotitolo perché non è che il suo sogno da piccolo fosse fare il cantante o diventare famoso. Tuttavia c’è da dire che aveva una gran bella voce, perché suo padre era tenore e lo zio compositore. Quindi in famiglia c’era un dna musicale.
Veniva da una famiglia poverissima. Dopo l’esodo dall’Istria e il collegio a Brindisi andò a Venezia, dove fece tanti lavoretti, come fattorino e lift-boy. Fino a quando un fisarmonicista lo invitò a cantare con le orchestrine sul Lido di Venezia.
Papà, ridendo, diceva sempre che era stata una scelta artistica, quando invece fu una scelta economica, perché guadagnava quattro volte tanto rispetto al lavoro di fattorino.
Da lì è partito tutto: gli anni del night, l’arrivo a Milano, l’incontro fondamentale con Nanni Ricordi e l’inizio del mestiere di compositore. Forse lo sarebbe diventato comunque, però quando ha iniziato non pensava che sarebbe stato il mestiere per la vita.
C’era un altro titolo in forse che però abbiamo bocciato. Dal libro esce fuori la figura di un uomo estremamente per bene, ma scrivere “un uomo per bene” come sottotitolo poteva essere frainteso come perbenista, perché era tutt’altro che perbenista.
Non volevo che ci fosse questa convinzione e una notte mi è venuta questa illuminazione. Anche a Baglioni è piaciuta molto e siamo andati avanti.
Endrigo diceva sempre di fare un mestiere come un altro, non era interessato al successo fine a se stesso
Era un uomo fin troppo umile e l’umiltà ad oggi è una dote che manca molto.
Solo che lui lo era un po' troppo, non si sentiva il grande artista che è stato.
Giustamente diceva che il mestiere di cantautore era lo stesso di un imbianchino, un medico, un avvocato un negoziante.
Non ci trovava nulla di straordinario.

Cinquant’anni fa Sergio Endrigo vinceva il Festival di Sanremo con “Canzone per te”. L’auspicio, per chi ama Endrigo, è che questo anniversario venga ricordato al Festival 2018. Tanto più che la prefazione del libro è di Claudio Baglioni, direttore artistico di questo Sanremo
Non ho notizie di questo e un po' mi dispiace. Al di là del fatto puramente personale ed emotivo, fu una vittoria particolare: avvenne dopo la morte di Tenco e fu seguita da delle polemiche, si disse che mio padre vinse per risarcire la morte di Tenco, quando invece vinse perché la canzone era oggettivamente bellissima. Fu scritta insieme a Sergio Bardotti, uno dei più grandi autori del ‘900 e cantata insieme al cantante brasiliano Roberto Carlos.
Tuo padre interpretava canzoni con una poetica mai scontata, molto avanti per l’epoca in cui viveva e aveva bandito la rima cuore-amore così in voga nelle canzonette. Canzoni moderne e classiche allo stesso tempo
La straordinarietà dei testi di papà è proprio l’attualità. Già negli anni settanta veniva chiamato 'il cantautore del futuro'. Aveva un linguaggio molto moderno. Anche canzoni datate, del ’62, come “Aria di neve” e “Io che amo solo te” potrebbero essere state scritte ieri.
Di “Lontano dagli occhi”, scritta nel ’69, la Nannini ha fatto una versione rock strepitosa. Sono canzoni che si adattano ad arrangiamenti diversi.
Ha avuto il coraggio di affrontare temi che all’epoca non si affrontavano: l’omicidio per amore con “Via Broletto 34” o la prostituzione con "La prima compagnia", che è un omaggio alla figura della prostituta, di una delicatezza unica.
Aveva un po' sfatato il mito della donna santa e sul piedistallo, l’aveva fatta diventare umana, come poi in realtà noi siamo: questo con “Teresa”, del ’65.
Per l’epoca era una visione molto all’avanguardia, ideata in tempi non sospetti.
Con il Brasile tuo papà aveva un rapporto speciale, che si riflette nell’amicizia con il grande poeta e cantautore Vinicius de Moraes
Vinicius faceva parte della famiglia, quando morì per me scomparve un nonno, uno zio. Era un uomo di una dolcezza incredibile, io sono cresciuta sulle sue ginocchia. Lo conobbi quando avevo otto anni, nella sua casa di Ipanema. Ho compreso poi in età adulta la sua grandezza come poeta.
Dalla grande amicizia e stima che c’erano con mio padre nel ’69 nacque il disco “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”, poi “L’arca”, uno straordinario disco per bambini.
Papà è stato l’unico straniero ad essere inserito in una collana di dischi dedicati ad artisti brasiliani. C’era “A arte de Chico Buarque”, “A arte de Maria Bethania” e altri e poi c’era “A arte de Sergio Endrigo”.
Per lui Vinicius e Toquinho scrissero “Samba para Endrigo”. Sempre con Toquinho e Vinicius registrò nel ’79 il disco “Exclusivamente Brasil”.
Con Chico Buarque scrisse “A Rosa”. Con il Brasile ci fu quindi un amore contraccambiato. Nel 1980 Vinicius nel suo ultimo lavoro, “Um pouco de ilusão”, volle inserire Samba para Endrigo.
E con la collaborazione di Baden Powell nell’81 papà e Vinicius hanno inciso “Ciao poeta”.
Un’amicizia vera e profonda, una bella storia.
Endrigo si trovò a collaborare anche con grandi poeti italiani
Quando Pier Paolo Pasolini stava per partire per l’Africa per girare un film, diede a papà la raccolta di poesie “La meglio gioventù”, dicendogli di prenderne quello che voleva e così papà musicò "Il soldato di Napoleone".
Con Giuseppe Ungaretti non si sono mai incontrati, infatti hanno inciso “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” in momenti diversi.
Con Gianni Rodari ci fu uno scambio epistolare. Io nel mio mangianastri portatile ascoltavo “La bambola” di Patti Pravo e non i dischi per bambini che mi aveva regalato papà, il quale si rese conto che le canzoni per bambini dell’epoca non mi piacevano e allora corse ai ripari.
Rodari molto generosamente gli inviò una serie di filastrocche – chiamiamole così anche se sono molto più di così -  e in questo modo nacque “Ci vuole un fiore”.
Quali sono le prossime date in cui presenterai il libro?
Escono nuove date ogni giorno, una a cui tengo in maniera particolare è quella del 15 giugno, giorno del  compleanno di papà, a Pantelleria, luogo stupendo dove ho passato tante estati.
Le date più vicine sono il 12 febbraio a Cervia alle 16.30 presso i Magazzini del Sale e il 20 febbraio ad Alessandria alle 17.30 presso l’Associazione Cultura e Sviluppo.
C’è anche un progetto in via di definizione a New York. Inoltre ho scritto il testo per uno spettacolo, è un progetto nel cassetto che spero che si realizzi con il tempo e che prevede la mia presenza e quella di due cantanti. L’idea è di raccontare e cantare papà. Una forma di teatro-canzone, una mini-biografia racchiusa in una ventina di canzoni.