Storie di Pistoia - La Città dei Crucci raccontata da Alberto Cipriani
Ieri sarebbe stato il compleanno dello storico pistoiese Alberto Cipriani, che ho avuto il piacere di intervistare nel 2020 e che ci avrebbe lasciati tre anni dopo. Nato a Firenze il 9 agosto 1934, si è laureato in Giurisprudenza ed ha svolto all’inizio della sua carriera la professione di insegnante di materie giuridiche ed economiche. E’ stato poi a lungo funzionario della Camera di commercio di Pistoia con diversi ruoli. Consigliere del Comune di Pistoia per tre mandati e della Provincia per uno, Assessore del Comune capoluogo allo sviluppo urbano, con deleghe agli affari generali, al turismo, allo sviluppo economico, alla statistica ed al commercio. Già membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, è stato anche vice presidente dell’Associazione Teatrale Pistoiese e presidente e docente dell’Università del Tempo Libero di Pistoia. E' stato vice presidente della Società pistoiese di storia patria e direttore responsabile del Bullettino storico pistoiese nonché redattore della rivista Storialocale e ha prodotto centinaia di articoli e saggi, soprattutto in materia di storia e cultura locale.
Questo è l'articolo che gli dedicai, mi ricordo che conversammo al telefono mentre lui si godeva il fresco del suo amato paese di Iano ai piedi dell'Appennino pistoiese.
PISTOIA, 29 LUGLIO 2020
In questo luglio jacopeo che sta per finire, abbiamo visto dame e cavalieri in abiti rinascimentali sfilare per le vie della città, secondo un percorso obbligatoriamente limitato dalle restrizioni in materia antiCovid. Un corteo storico che ci permette di sollevare lo sguardo sui palazzi che dominano le antiche via di Pistoia. Chi passa da via Cavour, per esempio, non può non restare meravigliato dalla magnificenza di Palazzo Panciatichi, oggi chiamato Palazzo del Balì.
Unico esempio rimasto di palazzo privato medioevale a Pistoia, fu fatto costruire dal ricco banchiere ed esule ghibellino Vinciguerra Panciatichi nel 1320. Il palazzo appartenne alla potente famiglia pistoiese fino al 1579, quando fu acquistato dalla famiglia Cellesi, che aveva ottenuto in quegli anni il titolo di balì dell'Ordine di Santo Stefano, fondato da Cosimo I nel XVI sec. per la difesa delle coste toscane dai Turchi. Possedevano diverse proprietà sulle montagne pistoiesi, tra cui una rocca a Lucciano. Il nucleo originario di Villa La Magia fu costruito nel Trecento proprio dai Panciatichi. Il ramo pistoiese si imparentò con le nobili famiglie dei Banchieri e dei Rospigliosi, mentre il ramo della famiglia che si trasferì a Firenze, si imparentò con gli Albizzi, i Guicciardini e i Rucellai. I Panciatichi si imparentarono anche con la nobile famiglia Ximenes d'Aragona, di origini portoghesi ed ancora esistente in Brasile. Dall’esterno il palazzo ha l’aspetto di una dimora fortificata, con le sue finestre a crociera di ispirazione gotica e i suoi imponenti tre piani, ingentiliti da un alto porticato al piano terra.Se quelle pietre potessero parlare, ci racconterebbero di lotte sanguinarie e di faide tra famiglie.
A riprendere in mano il filo della memoria, usandolo per tessere le trame dei libri che a distanza di secoli documentano e rendono disponibili a tutti le vicende dei nostri antenati, ci pensano gli storici. A Pistoia, i ricercatori più illustri si riuniscono nella Società Pistoiese di Storia Patria, che ha sede a Villa Baldi Papini. Alla vicepresidenza della Società c’è Alberto Cipriani, che è anche direttore responsabile del Bullettino storico pistoiese e redattore della rivista Storialocale.
Grazie a una sua disanima sulla “disarmonia e il contrasto ferocissimo” tra le due famiglie dei Panciatichi e dei Cancellieri, abbiamo scoperto che si è trattato di una grande lotta che ha dominato tutto il Medioevo e l’inizio del Risorgimento e che “ha saldato Pistoia nella balìa di Firenze”.
A rappresentare il dominio della città medicea sulla città di Giano c’è ancora oggi all’inizio dello scalone del Palazzo Comunale, una scultura cinquecentesca in cui il Marzocco fiorentino abbatte una cavalla selvaggia. Un’immagine ancor più potente di quella del Leone che sul pozzo di Piazza della Sala tiene la zampa sinistra sopra lo stemma di Pistoia.
L’autorevole storico americano W.J. Connell, autore de “La Città dei Crucci”, non ebbe remore a parlare di una guerra civile per descrivere le vicende che segnarono Pistoia tra il 1499 e il 1502. I numeri gli danno ragione: in una città di 10-12mila abitanti morirono tremila persone, ossia quasi tutti i giovani e gli uomini atti alle armi.
Ma come si arrivò a questo epilogo così tragico e soprattutto cosa portò alla sottomissione di Pistoia al dominio fiorentino?
La città di Giano è una delle realtà comunali più antiche del Medioevo comunale. Il Comune, come episodio importante della storia umana e come atto politico di autodeterminazione e di autogoverno, nacque solo in Toscana, in Umbria, a Milano, in una parte del Nord Italia e in una piccola area della Francia. La sua straordinarietà sta nel fatto che l’esistenza di due poteri sacrali come l’impero e il papato non impedì a gruppi di cittadini di decidere di governare in maniera autonoma. Tra le città della Toscana, che può essere considerata la culla di questo fenomeno storico e politico, spicca proprio Pistoia, il cui statuto comunale venne redatto nel 1117. Questa data, spiega Cipriani, è stata oggetto di controversie, perché esiste un documento conservato nell’Archivio di Stato, in cui un’abrasione rende difficile leggere il nome dell’imperatore in carica in quel momento (se Federico o Enrico). L’ipotesi opposta alla data del 1117 collocherebbe lo statuto nel 1177.
Le rivalità scoppiano in nome dell’appartenenza alla parte guelfa (vicina al Papa) o alla parte ghibellina (vicina all’Imperatore). In realtà, precisa Cipriani, i contrasti nascono da pure questioni di interesse e economico e di potere. Anche a Pistoia, le due principali famiglie in lotta, che ricevevano e raccoglievano intorno ad esse l’appoggio di tutte le altre famiglie nobiliari o ricche della città, rivendicavano la vicinanza ai due poteri (i Panciatichi erano ghibellini e i Cancellieri guelfi), ma a prevalere su tutto e a scatenare le violenze era un unico desiderio: preferire il maggior male del nemico al proprio stesso bene.
E’ questo il sentimento da cui nacque un’ulteriore rivalità, in seno a due rami della famiglia Cancellieri: quella tra guelfi bianchi e guelfi neri. Al di là delle tante interpretazioni uscite fuori sull’origine dei nomi, con bianchi e neri si voleva solo intendere l’insanabile contrasto tra i due gruppi, sottolinea Cipriani: “Se tu sei nero io sono bianco e viceversa”.
Nella Historia Pistoriensis dell’Anonimo di Pistoia, ripubblicata recentemente dalla Società Pistoiese di Storia Patria, c’è una cronaca dettagliatissima di ciò che successe a Pistoia tra il 1300 e il 1350. La lotta ferocissima tra bianchi e neri ebbe origine in un’osteria, dove si trovavano due membri della famiglia Cancellieri, probabilmente cugini. L’Anonimo scrive: “Avendo bevuto di soperchio, vennero a lite”. Quando uno uscì, il contraddittore iniziò l’affronto: appena il primo alzò una mano, l’altro con la spada gliela tagliò a metà, ferendolo anche alla testa. La famiglia dell’offeso tenne consiglio e meditò vendetta in tutta Pistoia. Il capo della famiglia del feritore venne convinto a chiedere scusa alla famiglia del ferito, dando eventualmente anche dei soldi. Il padre del ferito lo ricevette, ma invece di ascoltare cosa aveva da dire, ordinò di portarlo nella stalla, dove gli furono causate le stesse ferite inferte al figlio. “Così mozzicato, lo rimandò a casa”, scrive l’Anonimo. Fu così che a Pistoia nacque una dicotomia che coinvolse tutto il mondo comunale toscano e interessò anche la vita di illustri letterati come Dante Alighieri e Cino da Pistoia, entrambi guelfi bianchi ed entrambi costretti all’esilio dalle proprie città.
Lo storico fiorentino Villani definì per questo i pistoiesi “crudeli e salvatici, intra loro e con gli altri, perché stratti dal seme di Catilina”: è una leggenda antipistoiese, nata nel periodo in cui era facile e quasi doveroso parlare male di Pistoia, in base alla quale la città fu fondata dagli ultimi soldati del congiurato romano nel 69 a.C. Sempre Villani, insieme a Compagni, dettero un giudizio di Pistoia che andava al di là del loro essere di parte, in quanto fiorentini: scrissero che questi contrasti turbavano la pace, la ricchezza, la capacità di vivere di un territorio, quello comunale, che aveva tutte le carte in tavola per prosperare. Il 'maledetto seme' uscito da Pistoia corrompeva tutta la Toscana, come “una pecora pazza che entra nel gregge”.
A questo punto Cipriani, per sua stessa ammissione, smette la giacca del pistoiese e indossa quella del ricercatore: “Devo ammettere che c’è una ragione per la quale Firenze sentì la necessità di dominare Pistoia. Per tutto il Trecento ci fu un’alternanza tra la necessità di sottometterla e la consapevolezza che potesse essere un luogo strategico per la difesa dei confini settentrionali, poiché oltre l’Appennino incombevano i Visconti. Fu nominata ‘Socia nobilis’, ma sempre nell’ottica di un dominio da parte di Firenze, la quale, nel 1401 arriva ad una occupazione manu militari. Le armate fiorentine riempiono Piazza del Duomo, controllano tutti gli accessi strategici, ordinano di tenere il consiglio comunale e di firmare una delibera in cui Pistoia dichiara di “volersi dare in balìa di Firenze”. Il segretario comunale dell’epoca, il cancelliere Ser Agapito di Ser Giovanni da Poppi, obiettò che si trattava di una minaccia all’autonomia di Pistoia, a suo tempo concessa dall’Impero. Purtroppo fu minacciato di morte e dovette scrivere il documento che condannava Pistoia al dominio assoluto di Firenze.
Dopo le lunghe lotte contro i Panciatichi, con ogni fazione che cercava di prevalere sull’altra, i Cancellieri, che stavano per soccombere, dettero l’impressione di chiedere aiuto ai Visconti, che da Milano, stavano scendendo verso la Toscana per tentare di esercitare un loro dominio. Firenze capì che se il lembo più settentrionale della Toscana, il ‘cancello’ dell’Appennino, si fosse aperto, il nascente stato regionale con a capo Firenze stessa, avrebbe ceduto. Come paciere e risolutore venne inviato in missione diplomatica a Pistoia lo stesso Niccolò Machiavelli, che sulla lotta tra le due fazioni pistoiesi, compose il De rebus pistoriensibus. La sua visione della situazione potrebbe essere sintetizzata così: “O si costringono i pistoiesi a fare pace tra di loro, anche se dopo tutto il sangue che è scorso si tratta di un’ipotesi molto difficile, oppure si mandano in esilio o infine si ammazzano tutti. E questa sarebbe la migliore soluzione”.
"Il dominio di Firenze, continua Cipriani, fu imposto anche nella seconda parte del ‘500, quando interviene la pax medicea o pax cosmiana: Cosimo I, figlio di Giovanni dalla Bande Nere, finita la Repubblica e tornati al potere i Medici, anche per volere di due Papi di questa stessa famiglia, fu nominato duca nel 1537, a 17 anni, avendo la sua prima vittoria militare contro i nemici nello stesso anno a Montemurlo. Fu il primo Granduca di Toscana, dal 1569 al 1574. A Cosimo I si deve l’ammodernamento della Fortezza Santa Barbara: l’aspetto che ha oggi porta la firma del grande Giovan Battista Bellucci, detto Sanmarino. La particolarità è che le mura strombate della Fortezza Nuova sono armate contro Pistoia e non in sua difesa. Si trattò di un’idea di Cosimo per porre fine in maniera definitiva alle lotte tra le fazioni, idea di cui come Società illustrammo tutti i dettagli nel 2015, in occasione della presentazione in Comune di un apposito Bullettino. Neanche questo servì, tuttavia, a pacificare Pistoia e a beneficiare del dominio fiorentino. Nel 1499 una questione banale, ma importante dal punto di vista economico, ossia la nomina dello spedalingo, rimise una di fronte all’altra le due fazioni rivali, facenti capo alle due famiglie Panciatichi e Cancellieri. La guerra, in tre anni di ferocissimi scontri e devastazioni, provocò oltre tremila morti e produsse pesantissimi danni economici". Nel 1501 anche l'ospedale del Ceppo subisce l’influenza fiorentina, venendo sottomesso allo Spedale di Santa Maria Nuova di Firenze. Lo spedalingo fiorentino e monaco certosino, Leonardo Buonafede, fece realizzare una delle testimonianze artistiche più celebri di Pistoia, il magnifico fregio robbiano.
Arte e guerra, bellezza e violenza si sono quindi alternate in un eterno contrasto, che ha portato Pistoia ad essere oggetto di numerosi studi e che la rende una città aspra e spesso difficile da comprendere, ma proprio per questo affascinante.
Articolo originariamente pubblicato sulla testata PistoiaSette




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